CATTIVE TRADUZIONI

 

Di cattive traduzioni orali o di equivoci sul significato di parole in un idioma straniero è piena la storia, addirittura si può dire che una piccola parte del vocabolario di ogni lingua sia costituita da parole tradotte ad orecchio. Pertanto non meraviglia che questo fenomeno continui a verificarsi, con tutte le conseguenze dell’amplificazione mediatica attuale. Il fenomeno, paradossalmente, riguarda spesso l’inglese, notoriamente la lingua veicolare più diffusa al mondo. Dico che è paradossale, perché è difficile che in una casa italiana non ci sia almeno un vocabolario di Inglese, un parente emigrato in America, un figlio o una figlia che abbia studiato in un paese anglosassone; ma anche per l’elevato numero di persone che parla come seconda lingua l’idioma di Shakespeare o, in molte nostre città, l’elevato numero di turisti con i quali si viene in contatto.

Un caso all’attenzione quotidiana di tutti è quello dell’allargamento dell’Unione Europea, se ne parla da anni ed ora sembra una questione quasi conclusa. Ma, se si raccolgono due o tre annate di riviste o giornali inglesi, americani e di paesi europei che adoperano termini inglesi in politica estera, ci si accorgerà che, all’infuori di noi Italiani, nessuno ritiene stretta l’Unione, così che la si debba rendere più larga; infatti si parla sempre di enlargement, che vuol dire ampliamento, ingrandimento, da large = grande. Enlargement lens è la lente di ingrandimento, non di allargamento. Così, come ogni studente di Inglese sa, London is a large city, non vuol dire che Londra è una città larga; infatti, largo è wide e allargamento è widening.

 

A chi non è capitato di leggere su giornali o riviste o sentire alla televisione qualcuno che dica, ad esempio, che “l’aumento dell’aliquota è stato spalmato sulle fasce di reddito medio”? Infatti, la cattiva traduzione di to spread si è particolarmente diffusa fra economisti e tributaristi; il verbo inglese vuol dire distribuire, aprire, spargere, cospargere; spesso riferendosi ad elementi in uno spazio che si allontanano fra loro armonicamente o in equidistanza. A spreaded group è un gruppo di turisti che la guida ha autorizzato ad andare liberamente in giro; l’insegnante di danza o di discipline atletiche americano, dice: “Spread your legs!” e certo non vuole che tu spalmi alcunché in alcun luogo! Ti chiede solo di divaricare o distanziare le gambe in un esercizio fisico.

L’errore deriva da una resa ad orecchio del termine inglese da parte di chi, magari memore di una pagina di un testo scolastico molto usato -in cui il verbo era riferito al burro di cui era cosparsa una fetta di pan tostato- ha deciso che l’unica traduzione possibile di spreaded fosse “spalmato”.

Ma, lasciando la disamina di questi fenomeni ai linguisti, che con ben altra competenza di chi scrive possono approfondire l’argomento, vorrei soffermare l’attenzione sugli errori di traduzione nei testi scientifici.

 

 

Proteine come l’emoglobina si dice che hanno un “gruppo prostetico”: si può risalire ai trattati di biochimica, patologia e perfino botanica di mezzo secolo fa e si noterà che il neologismo era già presente nelle traduzioni, così come nei testi italiani. La consuetudine si è consolidata nei decenni successivi e nessuno più si pone domande sulla sua origine. Da cosa deriva? Da una trasposizione in italiano di una parola inglese che significa protesi, ossia “prosthesis” e dal suo aggettivo “prosthetic”. In altre parole si sarebbe semplicemente dovuto tradurre “gruppo protesico”.

 

E che dire della “targhetta”? Termine inspiegabile sulle prime, che imperava incontrastato nei trattati di Radiologia per indicare il bersaglio degli elettroni “veloci” che nel tubo di Coolidge generano i raggi X. In Inglese bersaglio si dice “target”, da cui la “targhetta” nostrana.

 

Le parole unicorno, ossia come le immagini del mitico animale inesistente, si sprecano nella trattatistica scientifica tradotta dall’inglese. Molti, non più giovanissimi, ricorderanno in autorevoli trattati in uso negli anni Settanta ed Ottanta, quali il Buddecke di biochimica ed il manuale dell’ottimo professor Moruzzi -al quale si deve la scoperta della formazione reticolare- la presenza del misterioso “Sucrosio”. Termine che ha angosciato più di uno studente, per pagine e pagine, assalito dal sospetto che si trattasse del disaccaride saccarosio. Ma perché, si chiedeva lo studente, chiamarlo a volte saccarosio ed a volte sucrosio, senza avvertirci? Considerato che la nomenclatura chimica è il portato di rigide regole che, come ognuno sa, mirano proprio all’identificazione inequivoca di un composto con una parola. Infatti anche il “sucrosio” è effetto di una “non traduzione” ad orecchio: saccarosio in inglese si dice “sucrose”.

 

“Radiologia Oggi” è un trattato “multi-autore” di diagnostica per immagini, un ponderoso volume pubblicato dalla Idelson nello stile della migliore tradizione editoriale medica. Nel paragrafo dedicato agli esami complementari per lo studio del sistema scheletrico, si dice della micrografia ad alta definizione che “magnifichi le strutture che si desiderano analizzare”. Nella nostra lingua “magnificare” vuol dire esaltare con lodi; ma, pur ammettendo che la micrografia, magari con adeguato supporto computerizzato munito di altoparlante, possa riuscire in questo compito di adulazione, ci riesce difficile comprendere quale vantaggio ne possa trarre il paziente. E’ facile capire l’origine dell’errore, in quanto la bibliografia medica è quasi tutta in inglese: magnification indica spesso l’effetto di ingrandimento (by enlargement or magnification lens), to magnify vuol dire “ingrandire”, magnifier è un apparecchio ingranditore.

 

Uno degli errori più imbarazzanti che mi è capitato di rilevare è quello in cui è incorsa la traduttrice, per la casa editrice “Il Mulino” di Bologna, di Human Memory di Alan Baddley, una review ormai considerata tra i classici più importanti di psicologia della memoria, che affronta anche il problema della terapia. Il trattamento della patologia amnesica e dismnesica richiede molta abilità da parte del terapista nell’adattare le tecniche e nell’elaborare esercizi tagliati su misura per il paziente. A proposito di queste tecniche, a pagina 484, si legge testualmente: “la loro applicazione richiede ingenuità e perseveranza”. Ricordo che rimasi veramente sorpreso nel leggere una cosa tanto strana, ricordandomi che in quel capitolo dell’edizione inglese non avevo trovato niente di nuovo o particolare. Poi, dopo un istante, risi di cuore. Avevo capito: in inglese era scritto “ingenuity” che vuol dire ingegno, capacità inventiva e non “ingenuità”. C’è da chiedersi, perché mai questa traduttrice che non usa il vocabolario non ha avuto alcun dubbio circa il fatto che in un lavoro tanto tecnico e logico, come quello del trattamento cognitivo dei disturbi di memoria, la dote principale richiesta fosse l’ingenuità?