L’intelligenza sociale accresce le abilità cognitive dei primati

 

 

DIANE RICHMOND

 

 

NOTE E NOTIZIE - Anno XXIII – 14 marzo 2026.

Testi pubblicati sul sito www.brainmindlife.org della Società Nazionale di Neuroscienze “Brain, Mind & Life - Italia” (BM&L-Italia). Oltre a notizie o commenti relativi a fatti ed eventi rilevanti per la Società, la sezione “note e notizie” presenta settimanalmente lavori neuroscientifici selezionati fra quelli pubblicati o in corso di pubblicazione sulle maggiori riviste e il cui argomento è oggetto di studio dei soci componenti lo staff dei recensori della Commissione Scientifica della Società.

 

 

[Tipologia del testo: RECENSIONE]

 

Prendendo le mosse da alcuni studi pubblicati questa settimana sull’intelligenza sociale dei primati, La Società Nazionale di Neuroscienze BM&L-Italia ha tenuto un journal club sul tema qui riportato nel titolo. Di seguito si propone un estratto delle principali relazioni.

 

Quando si percorre un tratto di foresta in cui vivono oranghi, cercopitechi, scimpanzé, gorilla e altre grandi scimmie antropomorfe, ci si accorge subito di una differenza: non si avverte quel particolare effetto di quiete, isolamento e dominio vegetale della realtà, tipico di questi luoghi naturali. Se immaginiamo di entrare realmente in questo spazio, immergendoci nel video mostrato al journal club e guardando bene attorno, comprendiamo subito il perché: seminascoste nel fogliame alla nostra sinistra due scimmie sono intente nel loro grooming con frenetica vivacità, di fronte altre tre avanzano scambiandosi tocchi e versi come una famigliola a passeggio, mentre cinque o sei, pendenti da rami alti, si lanciano di tanto in tanto da un albero all’altro come se si inseguissero per gioco, e altre ancora si arrampicano verso le cime o alla ricerca di qualcosa. Si ha la sensazione di essere a casa loro: la loro vita sociale domina l’ambiente.

Gli studiosi dell’organizzazione sociale di comunità di questi primati non-umani, o Great Apes, come sono chiamate le antropomorfe dai ricercatori di lingua inglese, notano che si muovono e agiscono spesso in gruppo, che tendono all’osservazione reciproca, che competono o cooperano fra loro e, praticamente sempre, rispondono a una miriade di piccoli segnali sociali che costellano le interazioni di gruppo, diadiche e familiari. È opinione corrente che la complessità dell’organizzazione sociale, con ruoli e gerarchie che fanno variare il significato di gesti, atti e segnali a seconda di chi li compie e della circostanza in cui appaiono, con l’incentivo dell’apprendimento per emulazione e con il moltiplicarsi di circostanze che accrescono l’attenzione e le possibilità di ricompensa, abbia avuto un ruolo molto importante nel promuovere lo sviluppo delle abilità cognitive di questi animali.

Seguendo la visione evoluzionistica classica, gli studiosi dell’intelligenza dei primati in passato focalizzavano la propria attenzione quasi esclusivamente sulle minacce per l’integrità fisica e la lotta per la sopravvivenza, quando cercavano gli elementi di pressione all’origine dello sviluppo di nuove abilità. Oggi si attribuisce un’importanza quasi pari a quelle ragioni teorizzate col nome di ipotesi dell’intelligenza sociale: la vita all’interno di un gruppo sociale complesso, con le sue regole, i suoi vantaggi e i suoi svantaggi, può aver contribuito in modo significativo a rendere più specifica e dettagliata la memoria, più efficiente l’abilità di problem solving, e più ampia la dimensione di elaborazione dell’esperienza grazie alla consapevolezza sociale.

Anche se molti biologi evoluzionisti considerano gli stimoli provenienti dalla vita sociale parte integrante del complesso delle esperienze che modella l’evoluzione animale, lo studio delle società di primati offre molte evidenze a sostegno della necessità di considerare il ruolo speciale svolto dagli stimoli derivanti dalla complessità dell’ordine sociale, dalla numerosità dei membri, dal tipo di apprendimenti legati alle interazioni e dalle forme di amplificazione e diffusione di comportamenti appresi, basate su emulazione ed empatia, che non hanno equivalenti per entità nei mammiferi inferiori.

Un lavoro di ricerca condotto presso il Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology e pubblicato su Phys.org ha valutato quanto gli eventi sociali possano influire su importanti processi cognitivi: antropomorfe adulte ricordavano meglio gli eventi che implicavano interazione sociale, in ogni caso sottoposto a verifica. Quando una scimmia assisteva alla costruzione di una torre da parte di un ricercatore, prestava molta più attenzione di quella che aveva se non vi era un operatore e, successivamente, poteva rievocare la scena in modo più completo se aveva esperito interazioni sociali.

Questo esito non meraviglia coloro che studiano i primati negli ambienti naturali: i gruppi sociali richiedono che ciascun individuo definisca i rivali, stabilisca alleanze e riconosca le gerarchie, soggette continuamente a shifting con conseguente obbligo di aggiornamento, e pertanto una parte dell’intelligenza di queste antropomorfe è continuamente rivolta ad esaminare gli altri e a dedurre informazioni necessarie a un comportamento adeguato. L’influenza sull’uso intelligente della memoria episodica associato al riconoscimento di identità è evidente, se si pensa che le decisioni future di ciascuna scimmia sono spesso determinate dal ricordare chi le ha dato aiuto, chi le è stato ostile, con chi ha condiviso il cibo, chi invece gliel’ha sottratto, chi è a capo della gerarchia, chi è stato battuto ed escluso, e così via.

Proprio questo tipo di memoria è stato esaminato da ricercatori che hanno discusso della cognizione dei primati non umani in un articolo su Oxford University Press: il mantenimento delle relazioni all’interno di un ordine sociale richiede e rinforza questo tipo di memoria, perché è proprio l’insieme delle memorie individuali che crea il valore collettivo del ruolo sociale e consente la leggibilità etologica delle strutture simboliche dell’organizzazione sociale definite dal comportamento.

Infatti, la struttura stessa della comunità può dar forma al pensiero delle scimmie antropomorfe. In uno studio pubblicato su PLoS ONE sono state analizzate le reti sociali create da varie specie di primati, ed è emerso che molti gruppi formano sistemi sociali stratificati o “a nido”.

All’interno di grandi aggregati esistono, in genere, dei circoli più piccoli costituiti da individui tutti legati fra loro da stretti rapporti di intesa, vincoli affettivi, identificazione reciproca, empatia, sostegno e tendenza a rimanere uniti (close-knit circle). Ma tali piccoli gruppi sono immersi in comunità più grandi, creando un ambiente sociale complesso, in cui le piccole unità devono temporaneamente ricombinarsi fra loro in giochi di alleanze ed esclusioni, di cambiamento di ruolo e di partecipazione ad attività di gruppi estesi, seguendo le nuove gerarchie o rifacendosi all’ordine sociale dell’intera comunità. I singoli individui devono riconoscere e comprendere diversi ruoli all’interno della comunità estesa, in base alle regole di comportamento che differiscono da quelle vigenti nei piccoli gruppi “close-knit”.

Secondo alcuni ricercatori, vivere in questi sistemi complessi e adattarsi flessibilmente a ricoprire ruoli differenti costituisce un potente stimolo per lo sviluppo del ragionamento sociale.

Uno studio apparso su Animal Cognition rileva che i primati in insiemi sociali più estesi e complessi spesso rivelano maggiori abilità cognitive nell’interpretare le intenzioni altrui e nel comprendere le caratteristiche dei ruoli sociali. Probabilmente il lungo training a “leggere” le intenzioni dei maschi alfa o delle femmine anziane, e ad adeguare le proprie azioni alle attese dei soggetti più potenti nella gerarchia sociale, li ha resi più abili.

Un altro aspetto focalizzato al journal club è quello della trasmissione dell’uso di strumenti, che sicuramente è facilitato dalla vita sociale e dalle forme empatiche e cooperative di legame all’interno delle comunità di scimmie. Si è fatto riferimento a una serie di studi pubblicati su Nature’s Scientifical Reports in cui si dimostra che le specie con più ricca interazione sociale tendono sia a sviluppare sia a trasmettere l’uso di strumenti con una frequenza molto maggiore delle specie con povertà di relazioni sociali.

Non semplicemente vedere, ma poter costantemente osservare vari altri individui rompere il guscio di frutta secca, scavare con gusci per trovare insetti, usare assicelle o ramoscelli per scovare o portare cibo alla bocca[1], porta facilmente all’apprendimento per emulazione in età giovanile.

Il rapporto tra socialità e pensiero è stato di recente indagato mediante il confronto tra specie vicinissime tra loro, come gli oranghi del Borneo e di Sumatra, distinte dal comportamento: gli oranghi di Sumatra sono molto più sociali di quelli del Borneo. Ebbene, uno studio pubblicato su Scientific Reports, ha rilevato che gli oranghi di Sumatra sono molto più bravi in compiti di problem-solving. Si suppone che l’interazione sociale costituisca di per sé un incoraggiamento all’apprendimento e alla flessibilità di pensiero.

Infine, è stato affrontato l’effetto positivo della socialità sulla capacità di leggere la mente dell’altro.

Uno studio pubblicato su Animal Cognition dimostra che le grandi scimmie antropomorfe possono inferire gli obiettivi dietro le azioni, invece che semplicemente imitare i movimenti, un’abilità che aiuta loro a comprendere, prevedere o indovinare come gli altri agiranno in condizioni di cooperazione o competizione nell’esecuzione di compiti. Questa capacità sembra avvicinare molto la loro intelligenza alla nostra. In proposito, uno studio pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences USA ha messo a confronto bambini con scimpanzé e oranghi, e ha rilevato che la cognizione sociale umana si sviluppa molto di più, a un ritmo maggiore e giungendo a livelli molto più elevati, a partire da un atteggiamento molto più incline all’interazione dei piccoli della nostra specie, rispetto a quelli delle scimmie.

Nell’insieme, tutti questi studi evidenziano l’importanza nei primati dell’intelligenza sociale, sviluppata soprattutto all’interno dell’organizzazione per ruoli delle comunità, che di fatto costituisce, nella sua foma, un deposito di “intelligenza potenziale”, cui attingere aderendo al gioco dell’adattamento e delle interpretazioni, quale esercizio di “intelligenza cinetica” che, a quanto pare, migliora anche le prestazioni di cognizione operazionale.

 

L’autrice della nota ringrazia la dottoressa Isabella Floriani per la correzione della bozza e invita alla lettura delle recensioni di argomento connesso che appaiono nella sezione “NOTE E NOTIZIE” del sito (utilizzare il motore interno nella pagina “CERCA”).

 

Diane Richmond

BM&L-14 marzo 2026

www.brainmindlife.org

 

 

 

 

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[1] Quelle operazioni che una certa divulgazione sensazionalistica ha diffuso come “l’uso delle posate da parte delle scimmie”.