Ruolo dei neuroni GABA nel focalizzarsi del depresso al suo interno

 

 

GIOVANNA REZZONI

 

 

 

NOTE E NOTIZIE - Anno XII – 25 ottobre 2014.

Testi pubblicati sul sito www.brainmindlife.org della Società Nazionale di Neuroscienze “Brain, Mind & Life - Italia” (BM&L-Italia). Oltre a notizie o commenti relativi a fatti ed eventi rilevanti per la Società, la sezione “note e notizie” presenta settimanalmente lavori neuroscientifici selezionati fra quelli pubblicati o in corso di pubblicazione sulle maggiori riviste e il cui argomento rientra negli oggetti di studio dei soci componenti lo staff dei recensori della Commissione Scientifica della Società.

 

 

[Tipologia del testo: TRATTAZIONE INTRODUTTIVA/RECENSIONE]

 

Capire come sente, per comprendere ciò che pensa e dice la persona depressa, è una dura sfida per chi abbia un elevato tono dell’umore e viva uno stato mentale lontano dalla condizione depressiva; ma provarci è un obbligo, non solo per gli psichiatri ma per chiunque voglia offrire un supporto al sofferente. Tale sforzo di comprensione è, a mio avviso, importante anche per coloro che vogliano approcciare l’argomento per puro interesse scientifico, in quanto l’oggetto di studio è, in fin dei conti, uno stato d’animo.

Le descrizioni didattiche parlano di tristezza vitale del depresso come di uno stato negativo caratterizzato dall’assenza di prospettiva, alternativa, possibilità, speranza; una condizione avvertita come oppressiva o “senza vie d’uscita”; un’esperienza paragonabile a quella causata da un dolore psichico senza rimedio, che abbia consumato nel tempo ogni desiderio, slancio, interesse e capacità di risonanza affettiva positiva. Per facilitare la comprensione di cosa accade quando si entra in uno stato depressivo, nei libri testo di clinica psichiatrica ricorreva questo esempio: è come se una musica o una canzone che amiamo e ci ha sempre evocato emozioni e sensazioni particolari, ci lasciasse completamente indifferenti.

Nella vita, comunque, uno stato depressivo, sia pur lieve, reattivo e di breve durata, lo abbiamo sperimentato tutti e, anche se non è comparabile con una depressione maggiore, può servire per aiutarci a comprendere.

Da quando Freud introdusse la distinzione fra l’affetto psicologico del lutto per la perdita di una persona cara e lo stato psicopatologico della depressione o melancolia, la concezione psicologica, e in particolare il paradigma psicodinamico per l’interpretazione delle cause e dell’evoluzione dei disturbi depressivi, è stato dominante in psichiatria. Per decenni, l’interesse principale di psichiatri e psicoterapeuti sembrava consistere nell’identificazione degli eventi vissuti nel loro valore simbolico di perdita, quale causa dei sintomi e bersaglio del trattamento. In quel periodo ogni ipotesi o studio che prendesse in considerazione il sostrato neurale della depressione, a qualsiasi livello, veniva guardato con sospetto o apertamente tacciato di “organicismo”, cioè di una visione arretrata di impronta neurologistica della psicopatologia.

Già con la tomografia assiale computerizzata (TAC), cioè con la prima metodica che ha consentito di “vedere” il cervello di una persona viva senza scalottargli il cranio, furono realizzati molti studi morfologici del sistema nervoso centrale dei pazienti depressi. Poi, con la tomografia ad emissione di positroni (PET), metodica di medicina nucleare adatta allo studio in tempo reale dell’attività metabolica dei neuroni mediante il 18-FDG (18-fluoro-desossiglucosio), si sono avviate le prime indagini funzionali sul cervello di persone ammalate di sindromi depressive.

 

Dopo il periodo in cui l’attenzione della ricerca era focalizzata sulla deplezione delle ammine biogene (serotonina, più importante nelle donne, e catecolamine, più rilevanti negli uomini) e sull’identificazione di nuovi tipi recettoriali (particolarmente per la 5-HT) con i loro ruoli fisiologici, cominciò una fase di studio delle caratteristiche morfologiche del cervello nelle sindromi depressive.

Non è superfluo ricordare che in quel periodo, in Italia e in altri paesi europei, la maggior parte delle scuole di psichiatria conservava la distinzione fra depressione endogena e depressione reattiva. La prima, in genere grave e ad andamento cronico, si riteneva fosse quasi esclusivamente determinata da cause genetiche e/o biologiche di altra natura; la seconda, meno grave e ad evoluzione temporanea, acuta o subacuta, era attribuita prevalentemente a circostanze ambientali che avrebbero agito superando la protezione dei processi adattativi e difensivi. Nelle numerose indagini svolte mediante risonanza magnetica nucleare (RMN) questo paradigma condizionava non solo la lettura dei risultati, ma tutto il criterio di impostazione e realizzazione dello studio. Infatti, nell’esame di persone con depressione endogena si tendeva a cercare le alterazioni dell’encefalo che avrebbero causato la malattia; al contrario, nello studio dei casi di depressione reattiva, si cercavano gli effetti lesivi di cause stressanti o traumatiche sulle aree più vulnerabili del cervello.

Ben presto fu chiaro che la maggior parte delle sindromi depressive, incluse le forme soddisfacenti i criteri del DSM per il disturbo maggiore, erano in rapporto eziopatogenetico con lo stress, sia quello di natura traumatica sia quello costituito da numerosi eventi minori ripetuti. Mòllica e collaboratori hanno condotto gli studi sulle casistiche più numerose, lavorando con un approccio sostanzialmente psicologico su campioni di popolazioni colpite da eventi bellici, come quella della Cambogia, hanno dimostrato un preciso nesso causale fra gli eventi negativi e i disturbi depressivi e da stress, incluso quello post-traumatico.

Il primo studio esteso e sistematico degli effetti lesivi dello stress sul cervello si deve a Douglas Bremner, lo psichiatra e neuroscienziato che coordinò l’intervento sui superstiti dell’attentato che distrusse le torri gemelle di New York. Bremner, autore fra l’altro del libro “Does stress damage the brain?[1], è stato fra i primi a documentare la riduzione volumetrica, in rapporto con la depressione, di varie regioni cerebrali. In particolare, la perdita di neuroni dell’ippocampo spiega la diminuita capacità di apprendimento nella depressione cronica.

Altri studi identificarono un meccanismo patogenetico che porta alla depressione. Un evento traumatico o un stress ripetuto nel tempo fa entrare in azione un corto-circuito di amplificazione automatica che costantemente riaccende i sistemi mediatori della risposta allo stress che, in condizioni normali, sono attivi solo per effetto dell’evento acuto. Lo stato che si determina, ad esempio per uno spavento, ed è normalmente attivato da una causa ambientale, si riproduce internamente e continuamente per effetto del corto-circuito del locus coeruleus, causando eventi lesivi che si ritiene siano direttamente responsabili di alcuni dei sintomi clinici caratteristici dei disturbi depressivi.

Fino ad un decennio fa non si andava molto oltre questo livello, nella conoscenza delle basi neurali della depressione. Negli anni recenti, i progressi compiuti dalla sperimentazione incoraggiano l’ambizioso progetto di definire le basi di specifici stati mentali collegati con il “funzionamento depressivo” del cervello. Ad esempio, la tendenza depressiva a spostare verso l’interno, ossia verso il proprio Io ed il Sé - intrapsichico e corporeo - la focalizzazione dell’attività psichica, è oggi oggetto di attento esame ed indagine da parte di vari gruppi di ricerca.

Anche se la generale e generica importanza del GABA, mediatore inibitorio dal quale dipende il controllo di tutti i sistemi eccitatori della corteccia cerebrale e di altre importanti regioni encefaliche, non sembra fornire di per sé una traccia indicativa, le evidenze a favore di un suo ruolo nella tendenza all’introversione depressiva sono state tali da indurre vari ricercatori ad indagarne le ragioni.

Northoff e colleghi hanno indagato la possibilità che un deficit dell’inibizione corticale GABA sia all’origine di uno shift fra sistemi neuronici, che sarebbe alla base dell’ideazione centrata su se stesso tipica della depressione maggiore. I dati emersi, di notevole interesse, hanno consentito agli autori di elaborare un modello che, oltre ad essere utile in psichiatria, per la prima volta fornisce un insieme coerente di ipotesi per meccanismi cross-level su come si costituiscano e si bilancino i contenuti mentali esterni e interni in condizioni di salute mentale (Northoff G., et al. Why are cortical GABA neurons relevant to internal focus in depression? A cross-level model linking cellular, biochemical and neural network findings. Molecular Psychiatry – Epub ahead of print 19 (9): 959; doi:10.1038/mp.2014.108, 2014).

La provenienza degli autori è la seguente: Department of Psychiatry, University of Ottawa Institute of Mental Health Research, Royal Ottawa Hospital (Canada); Graduate Institute of Humanities in Medicine, Taipei Medical University, Taipei (Taiwan); Brain and Consciousness Research Center, Taipei Medical University-Shuang Ho Hospital, New Taipei City (Taiwan); Center for Cognition and Brain Disorders (CBBD) Normal University Hangzhou, Hangzhou (Cina). Department of Psychiatry, Center for Neuroscience, University of Pittsburg, Pittsburg, PA (USA); Campbell Family Mental Health Research Institute, (CAMH), Departments of Psychiatry and Pharmacology, University of Toronto, Toronto, Ontario (Canada).

La depressione maggiore è un disturbo psichiatrico grave e complesso, la cui sintomatologia comprende un cambiamento critico nella consapevolezza, specialmente per ciò che concerne l’equilibrio fra il focus mentale interno ed esterno. Questo si riflette in sintomi somatici aspecifici e in un’attività psichica caratterizzata dal prevalere dell’elaborazione di questioni strettamente personali o legate a vicende autobiografiche ed espressa come accresciuto self-focus e ruminazione.

Northoff e colleghi sostengono che ormai si dispone di dati sufficienti per costruire un modello biologico coerente che colleghi questi concetti psicologici e la stessa dimensione sintomatologica con i deficit osservati al livello biochimico, cellulare, regionale e dei sistemi neuronici. Specificamente, deficit nella regolazione inibitoria mediante l’acido γ-aminobutirrico (GABA) dell’input/output delle cellule eccitatorie e dell’elaborazione dell’informazione in circuiti cellulari locali, in regioni chiave del cervello, potrebbero essere all’origine del cambiamento (spostamento), che è stato osservato in soggetti depressi nelle attività dello stato di riposo, caratterizzato dalla variazione di priorità funzionale fra la corteccia cingolata anteriore perigenicolata e la corteccia prefrontale dorsolaterale.

Questo squilibrio regionale si traduce, al livello di reti, in un disequilibrio fra la modalità di default e l’attività delle reti esecutive, che affiora al livello psicopatologico come un passaggio nella focalizzazione dei processi coscienti, dai contenuti mentali esterni a quelli interni, con i sintomi associati.

Northoff e colleghi, nel proporre il loro modello funzionale, soffermano l’attenzione a ciascuno dei livelli, da quello biologico del più basso grado di complessità a quello psicologico, e discutono ipotetici meccanismi di collegamento fra questi livelli. La materia trattata si presta poco ad una sintesi, pertanto si rimanda alla lettura integrale del testo dell’articolo originale, che consente di avere elementi di dettaglio che senz’altro interesseranno il lettore specialista.

Concludendo, i ricercatori osservano che, a parte le implicazioni per la comprensione delle basi neuropatologiche dei disturbi psichiatrici, il loro modello fornisce per la prima volta un set di ipotesi per meccanismi cross-level a fondamento del modo in cui si costituiscono i contenuti mentali esterni e interni ed è bilanciato il loro accesso all’elaborazione cosciente nei soggetti sani. Inoltre, la discussione proposta dagli autori fornisce un contributo al dibattito neuroscientifico sui correlati interni della coscienza.

 

L’autrice della nota ringrazia la dottoressa Isabella Floriani e invita alla lettura delle recensioni di argomento connesso che appaiono nella sezione “NOTE E NOTIZIE” del sito (utilizzare il motore interno nella pagina “CERCA”).

 

Giovanna Rezzoni

BM&L-25 ottobre 2014

www.brainmindlife.org

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



[1] J. Douglas Bremner, Does Stress Damage the Brain? Understanding Trauma-related Disorders in a mind-body perspective. W. W. Norton & Company, New York 2002. Nel volume sono esposti i risultati degli studi che hanno documentato la riduzione volumetrica dell’ippocampo e di altre aree cerebrali.